ACU, FILU, METRU E... JIRITALE


3 giugno 2017 - Teatro A. Rendano Cosenza -

3 settebre 2017 - Rassegna teatrale Sancostantinese

1 ottobre 2017 - Anfiteatro V. Tieri Castrolibero (Cosenza)

6 aprile 2018 - Teatro San Marco Rossano (CS)

19 maggio 2018 - Teatro dell’Acquario (CS)

NOTE di REGIA


Riprendere un testo dopo diversi anni, rileggerlo, ripensarlo, scoprirne il nuovo benché ossessionato dal vecchio, pretendere di migliorarlo eliminando ciò che oggi appare una sbavatura o un inutile appesantimento è certamente un lavoro più arduo rispetto ad un approccio vergine nel quale la tela da dipingere è completamente bianca... demolire per ricostruire.

Ed è esattamente la ricostruzione a rendere l'operazione insidiosa e, proprio per questo, affascinante. Acu, filu, metru... e jiritale è un testo già rappresentato, circa dieci anni fa, in diverse piazze della splendida Calabria con buona risposta di pubblico sia in termini numerici che di gradimento.

È un testo che, in quanto commedia, pretende di rallegrare lo spettatore, bisognoso, oggi più che mai, di trascorrere un paio d'ore di sano divertimento senza, però, dimenticare la “funzione sociale del Teatro”, concetto, quest'ultimo, così ampio e complesso che è per me impossibile racchiuderlo in poche righe.

Ancor di più se il genere teatrale adottato è quello “popolare”, quello cioè che appartiene al Popolo (perché espressione della sua cultura, delle sue tradizioni, delle sue origini, della sua mentalità, della sua trasformazione, delle sue oppressioni, dei suoi bisogni, delle sue nefandezze, delle sue risorse, delle sue capacità, delle sue unicità) ed è fatto per il Popolo (perché rivolto all'intera collettività senza distinzione e preferenza di ceto sia dal punto di vista attivo della rappresentazione che da quello passivo dello Spettatore). Un tipo di Teatro, dunque, da proteggere e rivalutare senza stupidi pregiudizi ma con lo stesso coraggio e la stessa dignità che il Teatro pretende in ogni messinscena.

Il mio lavoro per la rappresentazione dell'opera è iniziato, dunque, da una rivisitazione del testo (insieme alla coautrice Barbara Bruni) nel tentativo di renderlo più immediato possibile per una migliore intellegibilità dello stesso e, dunque, per una più facile partecipazione emotiva dello Spettatore.

L'idea, però, era già andata oltre e l'ardente ed intima necessità di regalare al pubblico un prodotto che fosse “popolare” ma allo stesso tempo “innovativo” per renderlo ancora più coinvolgente ed attraente aveva già imposto una lettura in chiave musicale e coreografica (coreografie di Paolo Gagliardi) dello spettacolo.

Ed è proprio la musica, o meglio la sua evoluzione, che aiuta a comprendere questo modo di concepire il Teatro popolare: dalla riscoperta degli strumenti tradizionali popolari alle più svariate contaminazioni musicali.

Ascoltando i brani dei “Sabatum Quartet” - i quali hanno dimostrato ampia disponibilità oltre all'apprezzamento dell'iniziativa sociale e artistica - era sempre più stupefacente accorgersi che sembravano scritti ('A giustizia, Tri vecchie, Parole e gramigna, Valzer da vrigogna, ecc.) per raccontare musicalmente le trame dello spettacolo (la maldicenza, l'ipocrisia, l'opportunismo, la pudicizia, l'apparenza) e la scelta non andò incontro a dubbi data anche la indiscussa “danzabilità” delle musiche.

È sempre più fermo in me il pensiero che non esiste soltanto “una verità” nel senso di verità assoluta che possa o debba andar bene per tutti, ma esistono “tante verità” quale risultato di diverse elaborazioni di ciò che viene percepito e necessariamente filtrato dalla personale esperienza, dalle proprie convinzioni, dal proprio stato d'animo, dalla propria disponibilità a recepire, dalle personali esigenze, dal grado di ascolto, ecc.

È un po' come guardare la stessa immagine tridimensionale da tutte le prospettive possibili, nella consapevolezza che non è solo con la “vista” che l'essere umano “guarda e osserva” ciò che gli sta intorno.

'Un aviti nessunu rispettu da' verità, vi scegliti chira ca vi fa' cchijù comodu e v'a mintiti 'ncuoddru cumu 'na veste ... quella, cioè, che fa stare meglio, magari per la vigliaccheria di affrontare ciò che è davvero “scomodo” nella vita di ciascuno di noi, sfogando la rabbia sull'altro ed additando l'altro come se fosse la causa di tutti i nostri mali... troppo facile!


NOTE DI COREOGRAFIA


L’aggiunta dell’elemento coreografico e di un corpo di ballo nella commedia in vernacolo “Acu, filu, metru e jiritale” fa parte di quell’opera di “rilettura” con un’ottica più “moderna” che della stessa è stata fatta insieme al regista Antonio Conti. Certamente è anche un elemento innovativo affidare i passaggi tra le scene ad un altro linguaggio espressivo quale quello della danza. Nei nostri lavori, io e il regista Antonio Conti, ci siamo quasi sempre “contaminati” a vicenda, tanto da risultare per noi quasi impossibile pensare una performance che non utilizzi i due linguaggi. Io stesso interpreto nella commedia un ruolo da attore che non può prescindere dal movimento, essendo proprio un  “handicap motorio” una delle principali caratterizzazioni del mio personaggio. “La danza comincia ove la parola si arresta”  disse l’attore, regista e critico teatrale russo Alexandre Tairoff. Questo è uno dei concetti fondamentali che io perseguo nella mia professione artistica di coreografo. Una danza che prima di tutto è movimento, che parte da un’emozione che spesso è difficile esplicare con altro linguaggio, una danza che non è finzione ma realtà dal momento che utilizza il corpo come strumento per rappresentare quell’emozione, il linguaggio del corpo che non mente. Naturalmente sono state un grande stimolo le musiche dei Sabatum Quartet, etniche più che popolari e quindi “moderne”, pregne di situazioni emozionali spesso complesse. In particolare i brani che abbiamo scelto assieme al regista, dopo un accurato e minuzioso lavoro di ascolto di tutto il repertorio dei Sabatum Quartet che precedentemente avevamo deciso dovevano accompagnare il nostro lavoro, sono quelle che meglio descrivono, o più precisamente meglio completano la descrizione, delle situazioni emozionali che via via si sviluppano durante le vicende. Ancora una volta, un trinomio perfettamente sincronizzato di teatro, musica e danza che è un po’ la nota che contraddistingue i nostri lavori (di Bruzia Ballet e di Dance Project).